FLAMINIA BOLZAN MARIOTTI POSOCCO

Pietro e Alessandra: il disagio e la tragedia

In criminologia clinica on 17 settembre 2014 at 14:40

Otto piani, 25 metri circa. Una storia di amore e cattiveria, vuoto e disperazione.

La nostra condotta è quasi sempre determinata da due forze che a volte agiscono nello stesso senso, mentre altre sono più o meno in contrasto; si tratta di istinto e volontà.

E’ pertanto nozione nota che esista una fondamentale difformità in quelli che chiamiamo atti istintivi e atti volontari, questi ultimi, infatti, presuppongono l’esistenza di una “previsione” circa lo scopo finale a cui tendono, mentre ciò che ha a che fare con la pulsione istintuale è limitato allo scopo immediato, ovvero, il fine ultimo è determinato da un impulso nascosto, altrimenti definibile come “incosciente”.

Gli istinti hanno anch’essi una loro patologia e nel caso del suicidio la minorazione che interviene ha a che fare con la conservazione individuale; in parole povere, l’interruzione intenzionale della propria vita è causata frequentemente dalla disperazione, cioè quella crisi violenta dell’anima, quel tumulto emozionale e affettivo che paralizza e soffoca ogni altro sentimento.

Nel caso di Pietro la lettura del gesto diviene estremamente più complessa, deve inevitabilmente tenere conto di una serie di variabili che hanno un peso notevole ed è proprio per questo che abbiamo scelto di affrontare questo caso cercando di dare una lettura psico-sociologica di una situazione individuale che ha condotto ad una tragedia collettiva.

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Rilevanza dei disturbi di personalità ai fini dell’imputabilità

In criminologia clinica on 1 dicembre 2011 at 14:13

In ambito criminologico forense le considerazioni di natura psicodinamica devono ovviamente essere inquadrate e organizzate all’interno della giurisprudenza e devono quindi essere analizzate in modo da fornire chiare indicazioni circa la capacità di intendere e di volere del soggetto al momento del reato.
L’imputabilità consiste in un presupposto necessario affinché un soggetto possa essere chiamato a rispondere giuridicamente di un determinato fatto avente rilevanza giuridica (Rossi, 2005).
Dottrina e giurisprudenza concordano nel ritenere che l’imputabilità non sia soltanto una condizione soggettiva necessaria ad applicare la conseguenza di un reato (la pena) ma anche la condizione dell’autore del reato che rende possibile la rimproverabilità del fatto.
Non è rimproverabile una persona che al momento del fatto non era capace di intendere e di volere.
L’art.85 del nostro codice penale così recita quando parla di imputabilità: “Nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato se, al momento in cui l’ha commesso non era imputabile. E’ imputabile chi ha la capacità di intendere e di volere”
Un soggetto penalmente perseguibile deve quindi possedere la capacità di intendere, cioè l’attitudine del soggetto medesimo non solo a conoscere la realtà esterna, ma a rendersi conto del valore sociale, positivo o negativo, degli atti che egli compie (Mantovani, 2001).
Altresì la capacità di “intendere” può essere considerata come la capacità di discernere rettamente il significato e il valore, nonché le conseguenze morali e giuridiche di determinati fatti e la chiara consapevolezza di ciò che è bene e di ciò che è male: cioè la capacità di apprezzamento e di previsione della portata delle proprie azioni od omissioni, sia sul piano giudiziario, sia su quello morale (Ponti, 1993).
Parimenti necessaria ai fini dell’imputabilità è la capacità di “volere”, intesa come l’attitudine del soggetto a determinarsi in modo autonomo tra i motivi antagonistici coscienti in vista di uno scopo, volendo, quindi, ciò che l’intelletto ha giudicato preferibile fare e, adeguando il proprio comportamento alle scelte fatte (Mantovani, 2001).
In senso più ampio la capacità di “volere” implica la capacità di esercitare in modo autonomo la propria scelta, di pianificare delle azioni, di incanalare l’affettività e infine di agire in modo coerente alle intenzioni iniziali, autoregolando il proprio comportamento.
In base al CP art. 85 un soggetto, perché sia imputabile, deve avere, nel momento della commissione del fatto, entrambe le capacità; sempre per il nostro Codice Penale l’imputabilità viene meno nel momento in cui sia mancante anche solo una di queste.
Il sistema giuridico riduce tuttavia le dimensioni dell’essere umano ad una semplice dicotomia, non tenendo conto del complesso delle funzioni psichiche, tra loro inscindibili come la memoria, la percezione, l’affettività, componenti che fanno parte integrante del nostro essere e quindi del nostro agire; il sistema giuridico, inoltre, non considera tutta un’altra serie di dimensioni che attengono ai meccanismi dell’inconscio, dimensioni non consapevoli, eppure capaci di condizionare, talvolta completamente, il nostro comportamento (Andreoli, 1999).
Proprio per questo motivo, la responsabilità di un individuo dovrebbe essere esaminata studiando nel loro insieme queste dimensioni, verificando il grado di incidenza delle stesse nello svolgersi del reato.
Va sottolineata la difficoltà nell’analisi dei sopraccitati presupposti dell’imputabilità, non tanto relativamente alla capacità di intendere, quanto a quella di volere.
Il perito è infatti in grado di ricercare come l’autore di un reato abbia potuto rappresentarsi la situazione, in che misura sia stato capace di prevederne i risultati, in che grado abbia avuto coscienza del carattere delittuoso del gesto, ma avrà grandi difficoltà a compiere una valutazione sulle capacità volitive del soggetto, su quanto è stato pressante l’impulso ad agire, ma soprattutto, se tale impulso gli ha impedito di poter scegliere tra azioni alternative.
I principali orientamenti giurisprudenziali in riferimento all’infermità di mente quale causa di esclusione della capacità di intendere e di volere si riassumono in due paradigmi: il primo, “paradigma medico”, il secondo “paradigma psicologico”.
Il paradigma medico intende il concetto di infermità come “malattia mentale”, ovvero, stato patologico avente origine da una deficienza organica.
Tale modello elaborato sul finire del 1800 afferma in sostanza la piena identità tra infermità di mente ed alterazioni biologiche riconducibili alle classificazioni documentabili, elaborate dalla psichiatria.
Questa tendenza affonda le sue radici in considerazioni di natura preventiva considerando il fatto che un’eccessiva estensione della sfera di non punibilità potrebbe avere gravi ripercussioni sul piano della deterrenza.
Solo le psicosi endogene od organiche possono escludere le capacità di intendere e di volere, mentre le nevrosi e le psicopatie, pur essendo nosograficamente inquadrate, non assumono rilevanza ai fini dell’imputabilità.
Nello specifico si considerano “psicosi organiche” quelle malattie psichiche provenienti da un noto agente patogeno e accompagnate da conosciute alterazioni anatomopatologiche (traumi, epilessia, ecc.).
Vengono invece definite “psicosi endogene” le alterazioni mentali prive di cause organiche che tuttavia alterano profondamente i processi mentali rispetto a quelli abituali (schizofrenia, paranoia, psicosi maniaco-depressiva).
Il paradigma psicologico ha avuto origine invece nei primi anni del 1900 sotto l’influenza dell’opera di Freud.
Tale paradigma considera i disturbi mentali come disarmonie dell’apparato psichico, in cui le fantasie inconsce raggiungono un potere tale che la realtà psicologica diventa, per il soggetto, più significante della realtà esterna.
In questo modo il concetto di infermità si allarga fino a comprendere, non solo le psicosi organiche, ma anche altri disturbi morbosi dell’attività psichica, come le nevrosi, le psicopatie e i disturbi dell’affettività.
Per una migliore comprensione andremo ora ad analizzare nello specifico il significato dei termini “nevrosi” e “psicopatia”.
La nevrosi fa riferimento ad una condizione di sofferenza della psiche che si manifesta con ansia in misura eccedente e duratura, espressione di una conflittualità non risolta, generata da conflitti interiori o con l’ambiente sociale. Nelle nevrosi le risposte a certi stimoli (frustrazioni, conflitti psichici ecc.) si traducono essenzialmente in sofferenza personale del soggetto (autoaggressività).
La psicopatia sottintende ad una grave e permanente anomalia del carattere che favorisce comportamenti di disturbo e di sofferenza per gli altri (eteroaggressività).
Lo psicopatico, senza ansie e conflitti interiori, riflette le proprie dinamiche psichiche sull’ambiente attraverso condotte disturbanti (personalità istrioniche, impulsivi, disaffettivi, sessuali, ecc.) (Mantovani, 1984).
Tuttavia il termine psicopatia non risulta di facile classificazione. Nel manuale statistico e diagnostico dell’American Psychiatric Association ( DSM-II) tale termine coincise con l’espressione “personalità antisociale”.
Kernberg, invece, identifica la psicopatia come una variante primitiva del “disturbo narcisistico di personalità”, che fa affidamento su difese primitive e relazioni d’oggetto interne altamente patologiche (Kernberg, 1975).
Oggi i concetti clinici di psicopatia e disturbi di personalità coincidono per descrivere un tipo di personalità non psicotica e non nevrotica ma che può, in alcuni casi, avere caratteristiche simili ad entrambe.
Attualmente nella scienza psichiatrica sono presenti orientamenti che affermano un “modello integrato” della malattia mentale, in grado di spiegare il disturbo psichico sulla base di diverse ipotesi riguardo la sua natura e la sua origine.
In pratica il modello integrato tiene conto di tutte le variabili biologiche, psicologiche, sociali, relazionali, che entrano in gioco nel determinismo della malattia.
Nell’attuale giurisprudenza si tende quindi ad attribuire rilevanza, ai fini dell’imputabilità del soggetto agente, anche ai disturbi di personalità ed all’incidenza che tali disturbi possono avere sulla capacità di valutazione del fatto-reato.
Il fatto di aver ancorato la valutazione del disturbo alla sua incidenza sulla capacità di valutare l’azione ha sottolineato quindi un nesso eziologico tra infermità e reato come requisito della non imputabilità.
Sino ad oggi per la dottrina e per la giurisprudenza, sia la capacità di intendere, sia quella di volere possono essere “intaccate” non da un qualsiasi disturbo psichico, bensì da un’infermità di mente coincidente con il concetto di malattia mentale.
L’8 marzo 2005 la Corte di Cassazione a Sezioni Riunite è stata chiamata ad affrontare la controversa questione sul tema dell’imputabilità su ricorso di un soggetto al quale non era stato riconosciuto un vizio parziale di mente, in quanto
causato da “disturbi di personalità” e non da infermità.
La Corte di Cassazione si è quindi pronunciata a riguardo dichiarando i disturbi di personalità atti a incidere sull’imputabilità, specificando, tuttavia, che gli stessi debbano essere dotati di consistenza, rilevanza, intensità e gravità. (Corte di Cassazione-Sezioni Unite Penali, sentenza n.9163/2005 Massima: “Anche i disturbi di personalità, come quelli da nevrosi e psicopatie, possono costituire causa idonea ad escludere o grandemente scemare, in via autonoma e specifica, la capacità di intendere e di volere del
soggetto agente ai fini degli art.88 e 89 c.p., sempre che siano di consistenza, intensità, rilevanza e gravità tali da concretamente incidere sulla stessa; per converso, non assumono rilievo ai fini dell’imputabilità le altre “anomalie caratteriali” o gli “stati emotivi e passionali”, che non rivestano i suddetti connotati di incisività sulla capacità di autodeterminazione del soggetto agente; è inoltre necessario che tra il disturbo mentale e il fatto di reato sussista un nesso eziologico, che consenta di ritenere il secondo casualmente determinato dal primo”.)
Il merito della sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione è quindi quello di aver superato un contrasto giurisprudenziale, affermando un principio di diritto sulla base del quale orientare, da qui in avanti, una valutazione sul tema dell’imputabilità.
E’in questa prospettiva dunque, che va letto lo spazio dato ai “disturbi di personalità”, superando il rilievo finora attribuito alle sole malattie mentali.
Tuttavia si avverte la necessità di una correlazione diretta tra disturbo e azione delittuosa che costituisca un’importante criterio delimitativo della nozione allargata di infermità. Tale correlazione, se da un lato può garantire un maggiore rispetto delle regole generalpreventive, dall’altro assicura che il giudizio di colpevolezza rispecchi le reali componenti psichico-soggettive del fatto-reato e consenta una risposta individualizzata che tenga conto delle condizioni soggettive dell’imputato.

di F. Bolzan Mariotti Posocco

L’importanza del sopralluogo ai fini dell’individuazione del profilo criminale

In criminologia clinica on 28 novembre 2011 at 16:37

Il motivo dell’interesse per gli assassini seriali deriva dal fatto che questi soggetti rappresentano quanto di più si accosta al concetto di cattiveria assoluta: uomini che agiscono svincolati da ragioni di carattere passionale o vendicativo, con un movente che consiste nell’uccidere per il piacere di procurare la morte altrui.
Questo è ciò che avvicina il serial killer al dominio del male più totale; prevale la distruzione sulla costruzione, la morte rispetto alla vita, l’orrore rispetto al piacere.
L’assassino seriale rappresenta, per definizione, la negazione stessa della società organizzata.
Di fronte ad un’aggressività e ad una violenza spropositate e gratuite, tutti tendono ad attribuire alla follia ciò che ci genera paura; l’importante è placare quell’angoscia dell’incomprensibile che taluni eventi e condotte suscitano nel profondo dell’anima.
Le classificazioni dei serial killer considerano una personalità che va da un polo perverso ad uno psicotico.
E’ormai classica la descrizione effettuata da Holmes e De Burger (1895) delle diverse tipologie individuate attraverso l’analisi delle motivazioni e del tipo di incentivo che hanno ispirato l’opera dell’assassino.
Essi descrivono un killer “allucinato”, soggetto psicotico con grave distacco dalla realtà che commette atti del tutto incomprensibili, con scene dalla presentazione caotica. Questo tipo di assassino può venire costretto ad uccidere da voci o visioni, che possono anche avere carattere solo temporaneo; egli è spinto ad agire dalle proprie motivazioni interiori, perché qualcosa nel profondo della propria personalità lo spinge a farlo.
La sua vittima è nella maggior parte dei casi sconosciuta, trattandosi di una selezione che avviene in modo relativamente fortuito e casuale.
La classificazione individua inoltre il serial killer “missionario”: soggetto non psicotico che manifesta una coazione ad uccidere quella tipologia di persone a suo giudizio degne di essere sterminate.
Decide consapevolmente di portare a termine degli omicidi, quasi una sorta di “missione”, per ottenere un beneficio psicologico.
L’omicida in questo modo è convinto della correttezza del suo agire, che gli proviene dal suo stesso sistema di valori.
Questo assassino non ha lo stesso distacco dalla realtà del serial killer allucinato, ma è ampiamente in contatto con la realtà, che si fa carico di liberare da un determinato gruppo di persone, a lui solitamente estranee.
Un altro tipo di serial killer è l’omicida “edonista”, dove per edonista va inteso il procurarsi piacere attraverso una serie di atti aggressivi.
Tra questi, per il killer orientato al piacere sessuale, la giustificazione sessuale rappresenta il traguardo ultimo e il ruolo primario nell’omicidio.
Le motivazioni scaturiscono da un bisogno interiore di uccidere e soddisfare i propri meccanismi compulsivi, per la sua necessità di un soddisfacimento sessuale.
Il secondo tipo di edonista agisce per amore del brivido, per cui prova un senso di gratificazione quando la vittima reagisce con dolore e orrore ai suoi atti.
Il killer in cerca di emozioni estreme ha bisogno che la sua vittima sia viva e consapevole di quanto le sta accadendo per trarre pieno godimento; infatti la maggior parte del piacere è derivato dal processo stesso che è alla base dell’uccisione, più che dall’assassinio stesso.
Il terzo tipo di serial killer edonista uccide invece per tornaconto personale, cioè per ragioni di convenienza personale, come denaro, interessi economici, premi assicurativi o altro.
Si tratta di aspettative rivolte ad un guadagno materiale, mentre la gratificazione psicologica deriva dal piacere di ottenere questi profitti attraverso l’omicidio. (Holme e Holmes, 1998).
Questa sommaria descrizione relativa alle diverse tipologie di serial killer può essere considerata una esemplificazione degli elementi psicodinamici cui bisognerebbe tener conto nella stesura di un profilo personologico in criminologia.
E’stato sottinteso, ovviamente, che solo nel caso in cui la scena del crimine sia documentata sufficientemente e le prove evidenzino caratteristiche peculiari è possibile effettuare un profilo criminologico il più aderente possibile al perpetratore.
Ciò significa che la ricostruzione scientifica e fisica della scena del reato devono essere il punto di partenza dell’osservazione e tutti gli elementi evidenziati devono combaciare con le deduzioni effettuate. 
Per poter essere utile sul piano criminologico, quindi, il sopralluogo sulla scena di un omicidio deve essere svolto secondo criteri generali di corretta condotta al fine di assicurare la conservazione degli elementi di prova, con una particolare attenzione
a quelli che possono essere indizi utili per la ricostruzione della personalità e del modus operandi del criminale.
Ogni attività svolta nel corso del sopralluogo è definita come “quel complesso di attività, a carattere scientifico, che hanno come fine la conservazione dello stato dei luoghi, la ricerca e l’assicurazione delle cose e delle tracce pertinenti al reato, utili per l’identificazione del reo e della vittima, nonché per la compiuta ricostruzione della dinamica dell’evento e per l’accertamento delle circostanze in cui esso si è realizzato, anche in relazione alla verifica delle modalità operative dell’autore del reato”.

di  F. Bolzan Mariotti Posocco